Percorsi e località consigliate

Clauzetto

A Clauzetto denominato il “Balcone del Friuli” per la sua posizione panoramica sulla pianura friulana, troviamo la Chiesa parrocchiale di San Giacomo, che con l’imponente scalinata, sin dalla metà del secolo XVIII era meta di pellegrinaggi al cospetto della reliquia del Sangue di Gesù Cristo.

Da visitare le grotte verdi di Pradis, formate dall’insieme di una profonda forra scavata nel calcare dal torrente Cosa e da tre caverne ad essa collegate. Non si tratta perciò di una vera e propria grotta, ma di un complesso di più parti congiunte. Per mezzo di sentieri in discesa e di numerosi gradini si riesce a scendere sino a livello del torrente, in uno scenario di grande spettacolarità dovuto alla particolare conformazione del luogo. La discesa all’Orrido, con le sue cascate, archi naturali, grotte e cavità, è un ambiente carsico unico per la sua bellezza.

Già nel paleolitico l’uomo di Neandertal ed il nostro antenato Sapiens conoscevano questi luoghi e ne sfruttavano le loro ricchezze, utilizzando le grotte scavate nei millenni dal torrente Cosa e Rio Secco come ripari per le loro attività di caccia. Questa storia è raccontata nel vicino Museo delle Grotte di Pradis.

Da Vito d’Asio caratterizzato dalle abitazioni e selciati in pietra, è possibile raggiungere a piedi Clauzetto con una bella passeggiata immersi nel bosco di latifoglie, percorrendo l’antico Sentiero medievale che conduce all’Antica Pieve d’Asio.

Pinzano – Valeriano

Oltrappassato il Tagliamento nel suo punto più stretto, si giunge a Pinzano al Tagliamento.

Qui l’Anello CAI 822, facile itinerario di circa 9 chilometri, tocca alcuni degli aspetti più interessanti del territorio.

Il Sacrario germanico di Pinzano, inserito anche nei percorsi della Grande Guerra, è un mausoleo progettato dall’architetto paesaggista Robert Tischler, rimasto incompiuto, che avrebbe dovuto custodire le spoglie di circa trentamila soldati tedeschi ed austriaci caduti nella Prima Guerra Mondiale. Il governo tedesco scelse come sito di costruzione un colle denominato Pion, posto non lontano dal ponte di Pinzano, da dove si poteva godere una spettacolare vista sul Tagliamento. Nel 1939 iniziarono i lavori di costruzione della struttura, realizzata in pietra; i blocchi di rivestimento esterno provenivano dalla cava di Somplago, mentre quelli per l’interno, di materiale più pregiato, provenivano da cave nei pressi di Verona. Queste pietre venivano trasportate in treno fino alla Stazione di Pinzano, poi con rulli fino alla cima della collina. I lavori, che proseguirono anche durante il conflitto mondiale, si interruppero in seguito all’armistizio dell’8 settembre ‘43. A differenza del Sacrario del Pordoi, quello di Pinzano non venne mai terminato, nonostante la struttura principale appaia quasi completata.

Il castello di Pinzano viene citato per la prima volta nel XII secolo, occupato dagli omonimi signori, che ne tennero la proprietà fino al 1344, anno in cui si verificò il famoso eccidio, un cruento fatto di sangue, in cui vari rami della famiglia dei Pinzano si scontrarono tra loro. Il Patriarca di Aquileia si vide costretto allora ad intervenire e il feudo venne assegnato ai Savorgnan. Dai documenti dell’epoca, possiamo affermare che il castello possedeva delle stalle, due torrette di guardia rettangolari e la chiesetta di San Nicolò, che viene nominata per la prima volta in un documento del 1291 ed i cui resti sono tuttora rintracciabili nei pressi dell’attuale strada di accesso. L’intera struttura venne più volte ampliata e ristrutturata. Attorno al mastio sorgevano ben tre cinte murarie, i cui resti sono ancora visibili: negli spazi intermedi esisteva anche un piccolo borgo di cui si notano ancora le fondamenta tra la vegetazione. In periodo post medievale venne creata l’attuale strada sul lato sud del colle, che consentiva l’accesso al maniero senza passare dalla zona occidentale che ospitava il borgo e la chiesa di San Nicolò. Il castello andò in rovina a partire dalla prima metà dell’800, ma ancora fino al terremoto del 1976 parti murarie di un certo rilievo erano ben visibili. In seguito a quell’evento, del castello non restano che pochi ruderi e qualche tratto murario, oggetto di recenti opere di restauro. Punto di osservazione privilegiato a nord verso la Val d’Arzino e il gemonese, e a sud sul Tagliamento.

Parrocchiale di Pinzano: in origine si trattava solamente di un oratorio, risalente al 1294, dedicato a San Martino; nel 1520 l’edificio subisce un primo ampliamento, con la ricostruzione del presbiterio e la costruzione di tre cappelle laterali. Queste ultime sono state affrescate da Antio De Sacchis, “Il Pordenone” nel 1526 e 1527; notevoli sono la Madonna col Bambino ed il Martirio di San Sebastiano. Sempre dello stesso periodo, ma di autore ignoto, è la Madonna cosiddetta “del cassonetto” perché inserita in un cassonetto di legno decorato. L’edificio nella sua forma attuale risale all’ampliamento del 1773. L’organo posto sopra l’ingresso principale, ancora perfettamente funzionante, risale ai primi dell’Ottocento. Danneggiata dal sisma del 1976, la chiesa venne riconsegnata alla comunità ecclesiastica dieci anni dopo, come ricorda anche una lapide commemorativa posta sopra la porta laterale destra. La Chiesa è visitabile contattando il recapito affisso nei pressi dell’edificio.

A Valeriano la Chiesa di Santa Maria dei Battuti è un piccolo edificio di culto eretto dalla confraternita dei Battuti di Valeriano attorno al 1300. La struttura della chiesa, che si affaccia sulla piazza di Valeriano, è a navata unica con volta a botte, ma ha subito nel corso dei secoli vari interventi di ampliamento. La facciata, che risale alla fine del Quattrocento, è stata definita “una preziosa antologia che raccoglie e illustra i tre secoli d’oro della pittura: si tratta infatti di una preziosa opera divisa in quattro scene principali. A destra del portale d’ingresso si trova un grandioso San Cristoforo, un tempo attribuito a Giovanni Antonio da Pordenone ma molto più probabilmente opera di Marco Tiussi (1532). A sinistra del portale si trova un affresco del Pordenone raffigurante i santi Valeriano, Giovanni Battista e Stefano. Sopra quest’ultimo dipinto, sempre il Pordenone ha affrescato i Re Magi in adorazione. Infine, sopra la lunetta dell’architrave, si trova una Madonna in trono, parzialmente cancellata, sovrastata dallo stemma dei Savorgnan. Tutti gli affreschi originari della facciata, risalenti al 1524, sono custoditi all’interno della chiesa, mentre esteriormente sono state riprodotte delle tracce monocromatiche. All’interno, la parete sinistra conserva una Natività, opera piuttosto nota del Pordenone (1527). Nel 1962 iniziò un lungo e scrupoloso lavoro di restauro durato dieci anni, ma durante il terremoto del 1976 la volta crollò e l’edificio riportò gravi danni. In seguito ad un paziente lavoro di ristrutturazione, concluso definitivamente nel 1996, è possibile ammirare la chiesa in tutta la sua bellezza. La chiesa è normalmente aperta al pubblico anche nei giorni feriali.

Presenti nel comune molte aziende vinicole con vendita di prodotti di qualità quali i vini, anche autoctoni, il formaggio di capra, succo, marmellate e confetture di mele antiche.

Gemona del Friuli

A Gemona piacevole è la passeggiata sotto i portici del centro storico, che termina con il Duomo. La facciata è ornata da tre rosoni, di cui quello centrale fu realizzato a Venezia tra il 1334 ed il 1336, dallo scultore Maestro Buzeta. Il portale rinascimentale è opera di Bernardino da Bissone. L’aspetto odierno della facciata risale ad una drastica riforma ottocentesca risalente agli anni 18251826. Il duomo è separato dal monte Glemine da una robusta muraglia, che il duplice scopo di proteggerlo dalle frane e di costituire una parte del sistema difensivo della città.

Il centro storico ospita anche la Mostra fotografica: “1976-Frammenti di emoria”. In occasione del 35° anniversario dagli eventi sismici del 1976 che colpirono il Friuli e Gemona del Friuli con un importante e impegnativo lavoro l’esposizione fotografica “Mostra sul Terremoto” si è trasformata in Mostra fotografica permanente: “1976 – Frammenti di memoria”; la mostra fotografica già esistente è stata rinvigorita e rafforzata nella visione d’insieme; il dramma del terremoto e della distruzione, la grandezza della ricostruzione. Un modo per ricordare la tragedia che colpì la nostra terra e la grande dignità, lo spirito di sacrificio e l’impegno civile con cui la gente del Friuli ha scritto una delle più belle pagine della sua millenaria storia, trovando nelle proprie profonde radici la forza di rialzarsi e di risorgere coralmente con una ricostruzione esemplare per partecipazione di popolo ed operato delle Istituzioni, conosciuta nel mondo come “modello Friuli”.

Spilimbergo

Borgo di antiche origini, ebbe grande splendore nel Medioevo e nel Rinascimento. Spilimbergo conserva ancora oggi l’impianto urbano dell’epoca, con strade porticate, vicoli e piazzette, palazzi affrescati e innumerevoli opere d’arte nelle chiese. Anima di Spilimbergo è sempre stato il commercio; il cuore pulsante era la piazza Duomo, centro delle attività amministrative ed economiche. Qui tenevano banco i mercanti che arrivavano dalle città vicine risalendo il guado del Tagliamento. Nella piazza si svolgevano le trattative, si eseguivano i controlli sulle merci e si pagavano le gabelle. Restano a testimoniarlo il duecentesco Palazzo del Daziario, sede dei magistrati, e il palazzo della Loggia (XIV se.), dove venivano immagazzinate le merci ed effettuati controlli. Su una colonna del portico è tuttora incisa la Macia, l’antica unità di misura di lunghezza, che serviva per controllare la regolarità delle compravendite. Come conseguenza dello sviluppo commerciale, nel ‘300 il piccolo abitato crebbe a dismisura, tanto che furono erette tre successive cinte murarie. Ai margini dei borghi principali, il borgo popolano della Valbruna, con il Palazzo Spilimbergo di Sopra, e il Broiluccio (ora piazza Borgolucido), con i suoi caratteristici edifici, un tempo spiazzo aperto destinato alle riunioni dell’Assemblea popolare.

La storia del Castello si confonde con quella dei Signori di Spilimbergo, gli Spengenberg, famiglia di nobili di origine carinziana, fedeli all’Impero, tra le più ragguardevoli in Regione e fra quelli presenti nel Parlamento del Friuli, “ministeriales” del Patriarcato di Aquileia. Il Castello sostenne numerosi assedi nel corso delle guerre medievali tra i signori veneti e friulani, resistendo a numerosi assalti. Non è possibile ricostruire come il Castello apparisse all’epoca, poiché venne distrutto, demolito, ricostruito e ampliato più volte. Ciò che oggi è visibile del Castello di Spilimbergo, dunque non risale ad un originario edificio, ma ad una serie di modifiche che si sono venute a sommare durante i secoli. Già danneggiato da un terremoto, il Castello nel 1511 fu incendiato nel corso di una rivolta popolare; l’ala sud non fu più ricostruita, si salvò solo il cosiddetto Palazzo Dipinto. Fu ancora modificato nel 1566; nel 1865 fu demolita la torricella sul ponte e ampliato l’ingresso; furono inoltre effettuati altri cambiamenti che portarono all’attuale configurazione. Il Castello si presenta oggi come un agglomerato di residenze signorili, disposte ad anello attorno all’ampia corte centrale, ed è circondato per metà da un profondo fossato, mentre per il resto è a picco su di una scarpata del Tagliamento.

Il Duomo di Santa Maria Maggiore: il gioiello di Spilimbergo. L’edificio iniziato nel 1284, è il più bel monumento della città. Fu innalzato a ridosso dell’antica cinta muraria, di cui inglobò una torre, trasformata poi in campanile.
Il Duomo si arricchì nel corso dei secoli di diversi capolavori
Di concezione snella e lanciata, basato su equilibri arditi, il gotico diede al Duomo maestosità ed eleganza. Sul lato settentrionale si apre il monumentale portale in pietra di Zenone da Campione (1376), capolavoro di architettura e scultura, detta porta moresca, accesso dei Signori.
La facciata principale, quella ad ovest, è caratterizzata da sette rosoni, particolare unico in Friuli.

Scuola Mosaicisti del Friuli. Nata nel 1922 la Scuola Mosaicisti si pone come obiettivo l’impegno didattico, il sodalizio tra tradizione e rinnovamento, tra realtà produttiva e realtà culturale. Nella luminosità dei laboratori di mosaico e di terrazzo, martelline, ceppi e taglioli ancora oggi scandiscono il tempo di un lavoro di lontana memoria. La sensibilità del mestiere, incontaminata nel corso della storia, nei tempi moderni si nutre di nuovi stimoli attraverso l’incomparabile incontro con artisti, progettisti e designers. Gli stessi pionieri del mosaico moderno, i mosaicisti di Sequals del secolo scorso, sono stati capaci di allacciare relazioni con pittori e architetti diramando la loro arte in tutto il mondo, dalla decorazione della Library of Congress di Washington a quella dell’Opéra di Parigi. Con queste premesse, nella sua tipologia didattica e produttiva, la Scuola realizza importanti interventi musivi di richiamo internazionale, passando attraverso lo studio e l’applicazione del mosaico romano, bizantino e moderno. La Scuola oggi cerca soprattutto di non dimenticare la sua stessa ragione di essere e valorizza il mosaico come fatto culturale oltre che tecnico: lo studio, la ricerca, la sperimentazione e l’utilizzo delle più innovative tecnologie sono segni di apertura e di crescita per e verso l’arte musiva della contemporaneità.